Catechismo, papa, madonna, gesù, diavolo, inferno, resurrezione, morale, libertà, logica, ragione, ateismo, compassione, umanesimo, felicità.. |
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Preavviso! La lettura del sito può avere effetti frizzanti sulla fede.. Sono ateo e qui scrivo di umanesimo, quindi anche di religione e dei difetti che ci trovo. Se l'idea ora non ti va, fa' a meno.
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Piccolo manuale di Umanesimo ateo. Il perché e il il percome di una vita senza dèi3. Che bisogno c’è di credere in Dio?A questo punto, potresti chiederti: ma perché tante persone ci credono, a questo dio? E avresti ragione! Io lo trovo buffissimo. A volte un po’ triste. Mi spiego meglio. Su questa terra si trova tutto il necessario per vivere bene. Ma se Dio non c’è o non si fa vivo, allora perché credere che esista, che si interessi a noi? Che bisogno c’è? Ecco, tendiamo a credere a cose che non esistono per molti motivi: perché ci dà piacere, perché ne abbiamo paura, o perché siamo non sciocchi, ma ingenui e impressionabili, di poco spirito critico! E ancora: perché ne siamo affascinati, perché ci danno sicurezza e speranza (ad esempio contro la paura della morte), perché ‘lo fanno tutti’, perché è più comodo, per ignoranza, per abitudine, per disperazione, per ‘sensazioni interiori’, per senso del dovere, per ipocrisia.. Per ansia di gioia, o per timor di Dio: immagina quanto seducente è l’idea del paradiso, e quale devastante peso può avere l’idea di un dio giudice e del suo inferno.. Si può credere perché condizionati a farlo fin da piccoli (probabilmente la causa più forte e diffusa, a cui tutte le altre restano legate), perché poi non si ha coscienza di valide alternative, perché si continua a pensare con la testa altrui o non si pensa, perché acclamare santi e dèi distrae o giustifica la propria mediocrità, perché senza un dio non si crederebbe più in sé stessi e perché si diventa incapaci di darsi altro scopo nella vita.. In un senso più positivo, avere un amico che ti ama, ti conosce, ti ascolta, è un grande aiuto interiore, persino una terapia esclusiva. E crederlo è meglio di niente. Pensare che lassù c’è un dio che ha potere di salvarci, è rassicurante. Immaginare che, proprio quando ci sentiamo più soli, ‘Gesù ci ama’, subito consola.. E non è sempre facile dire a sé stessi: «Ci voglio credere, ma NON HO PROVE che sia vero». Tutto questo può fare convinti.. proprio convintissimi! Può farci persino avere sensazioni fisiche (brividi, emozioni). E, si può pensare, se lo sento deve esistere. Nooo.. Figuriamoci! Sarebbe come se quando vedi la foto di una pizza e ti viene l’acquolina – puf! – la pizza compare! La pizza non cade dal cielo, bisogna acquistare gli ingredienti, impastare, farcire, cuocere.. o almeno andarsela a comprare! È nostra la responsabilità della nostra felicità: nostra la colpa degli errori (e non di un «Piano di Dio», né di ‘Satana’), nostro il merito per le cose fatte bene (e non «di Dio», né della ‘Provvidenza’), nostra la possibilità di migliorare e fare più bello il mondo (non siamo «nelle mani di Dio», perché non c’è). * Ci sono anche persone che se non è dio è qualche ‘altra cosa’. Misteriosa quanto basta, ovviamente potente, possibilmente benigna. Perché «non so.. qualcosa deve pur esserci, no?».. No, non deve. * Il fatto che ci sia tanta semplice credulità, che tanti si facciano credenti senza mettere in moto il cervello, per me è un segno molto grave. Io penso che sia più naturale pensare che subire, perciò mi chiedo: «Cosa rende queste persone adulte così facili da manipolare? Così cieche, pronte a fidarsi senza verificare, quando intelligenza e sensibilità non gli mancano affatto?». Il sentimento di Dio non è innato, viene messo dentro all’uomo bambino. Se Dio è l’unica fantasia in cui continuano a credere anche i genitori, crederci diventa spontaneo. E poi ancora: si insegna a ragionare in astratto (esempio: 2+2=4), ma sulle cose importanti della vita (ad esempio: perché oggi mi hai urlato addosso? Dimmi, volevi farmi stare male?), quelle meglio di no. Chi ci aiuta a sviluppare giudizio? Raro. E ad ascoltare i nostri bisogni? Magari! Forse a scuola insegnano Logica, o Comunicazione? Giammai! Quando l’autorità degli adulti più importanti nei nostri primi anni di vita si mostra ‘perfetta’ ma volubile, ora amorevole ora autoritaria, disponibile però giudicante, protettiva e affettuosa sì (specie fuori casa e davanti agli altri [!]) ma anche intransigente e violenta (non solo per le ‘botte’, ma con sguardi di ghiaccio, parole avvilenti, modi aggressivi, costante sfiducia, scarso ascolto, non riconoscimento..), e – punto essenziale – ostacola e reprime *l’espressione* del disagio che ne segue in emozioni e parole (rabbia, dolore, umiliazione, indignazione, frustrazione, angoscia, protesta, ..).. come sentirsi sereni? Come sentirsi liberi e rispettati? Come coltivare fiducia in sé stessi e restare in contatto con le proprie emozioni? Come non sentirsi feriti, confusi, e dilaniati fra l’amore e l’odio? Come non cercare di dimenticare o nascondersi certe cose strazianti, prima ancora di averle capite? Come non rimuoverle, per sopravvivere? La religione, con il suo Dio re, e i suoi dogmi che non importa capire, sembra la fotocopia di relazioni simili. A mio parere lo è, ed è per questo che la considero una sofisticata immagine di un problema più grande. Di fatto, un dio che si comporta nello stesso modo è insieme un modello dei rapporti di ‘potere sull’altro’, e un bel lasciapassare anzichenò.. E se la ricerca primaria d’amore e rispetto è fallita, come non sperare che oltre le nuvole esista quel genitore ideale di cui abbiamo follemente bisogno? Un simile disastro di relazione è molto meno proponibile ad un adulto cresciuto diversamente, perché sarebbe in grado di fiutare il problema. Con chi l’ha patito da piccolo/a invece è molto facile. Perché? Dipendere da bambini da questo tipo di amore vuol dire quasi sempre doverlo accettare, scambiarlo per naturale e buono e finire per abituarsi, diventando emotivamente ciechi, e quasi incapaci d’altro. Ecco perché poi è più facile: basta fare click sugli stessi bottoni. Così nasce il senso puzzolente di ‘dover obbedire’, e insieme il desiderio di fuggire dalla realtà che ci costringe. Due tensioni che, oltre a farci stare male lì per lì da bambini, se tenute dentro e non elaborate ci faranno facilmente sviluppare cecità sulla nostra storia personale, incoscienza del bene e del male, e quella rigidezza intollerante che è lo specchio del nostro passato, e che non a caso oggi ritroviamo nella religione, in politica, nella scuola e sul lavoro, fra i giovani, e – di nuovo – in famiglia. Colpa dei genitori, degli insegnanti, dei preti, dei politici, ecc. insomma? Sì, perché sono responsabili della crescita dei nuovi nati. Le nostre prime esperienze sono importanti e gli adulti che non ci pensano fanno male ai bambini. Però se il mio ragionamento fila, è valso anche per loro. E per loro, rendersene conto e cambiare è una battaglia più difficile ancora, perché più tempo gli è passato. Non so come la vedi, né qual’è la tua esperienza in famiglia, magari – e lo spero – tutto questo non ti riguarda. Bene! Ma succede, ancora troppo spesso, in tantissime famiglie, ai più vari livelli d’intensità[2]. Vero anche che in realtà basta un attimo per aprire gli occhi, che la nostra reazione non sarebbe così devastante e infantile come temiamo – certo non quanto vivere una vita di verità rimosse –, e che riconoscere la cattiveria nei nostri genitori non toglie né toglierà mai valore agli infiniti gesti amorevoli e all’affetto vero e intenso che pure avranno avuto per noi. * Convivere piacevolmente a volte non è istantaneo, né facile. Ma oggi abbiamo sia i princìpi che gli strumenti più adatti a farlo. E come per ogni professione, hobby o abilità, perché diventi una cosa semplice è ovvio che è prima necessario apprenderne la tecnica! Possiamo cominciare dai ragazzi, parlando a scuola di etica, logica e comunicazione, e dedicare ai genitori corsi gratuiti non solo per cambiare pannolini e scegliere omogeneizzati, ma per legare con i propri figli emotivamente, per essergli d’aiuto senza fargli da capi, per sapersi esprimere e saperli ascoltare, per fargli sentire i necessari limiti e i valori essenziali, ma anche il profondo rispetto per la loro persona e la viva fiducia che sapranno farne buon uso. * Crescere, guarire, comunque migliorare.. Imparare a pensare e sentire, liberi, è sempre possibile, nonostante tutto. Non sempre si può farlo insieme, anche se sarebbe bello, e a volte si deve lasciare che gli altri seguano un’altra strada.. Pazienza. Ora che sai dove guardare, chiama le cose col loro nome e va’ per la tua, verso la persona che desideri essere! Capitolo successivo: 4. Ma se Dio non c’è, come può l’Uomo essere buono?
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