Religione. Consolazione, terrore, propaganda di sé stessa.

Vizi e virtù della fede. La visita pastorale a Corviale del 15 aprile scorso ci aiuta a riconoscere alcune criticità tipiche. Voler credere non salva e non sempre allieta, ma, come a un cane che rincorre la sua coda, altro non importa. Si può fare meglio.
Pubblicato in Religioni e sètte
17 aprile 2018 + edit 4 ottobre 2018
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Ber­go­glio è un pre­te, un gesui­ta, e il papa. Faci­le attri­buir­gli mali­zia, tat­ti­ca, mani­po­la­zio­ne.
Ma poi lo vedi improv­vi­sa­re un abbrac­cio a un bam­bi­no che pian­ge, con­so­lar­lo, e chie­der­gli il per­mes­so di ripor­ta­re le sue paro­le al micro­fo­no. Sem­bra sin­ce­ro. Real­men­te spon­ta­neo e acco­glien­te.

Può esse­re così bra­vo a fin­ge­re? Può, inver­sa­men­te, una per­so­na lim­pi­da e acco­glien­te esse­re papa? Pro­ba­bil­men­te entram­be in qual­che misu­ra, sen­za soprav­va­lu­ta­re. Un po’ ci fa un po’ ci è, a secon­da del­le situa­zio­ni. Que­sta di Cor­via­le è anda­ta bene.
Nel sen­so che l’abbraccio ami­ca­le e con­so­la­to­rio costi­tui­sce uno degli aspet­ti miglio­ri del­la reli­gio­ne. Un altro è l’esortazione a fare “del bene agli altri”, con cui, pure, Ber­go­glio chiu­de l’appuntamento di piaz­za.

Allo­ra tut­to bene? No. Per­ché per sua natu­ra, una reli­gio­ne por­ta con sé un baga­glio di idee che, anche quan­do sfron­da­to da mali­zia e mani­po­la­zio­ne, pesa­no, limi­ta­no e con­di­zio­na­no la liber­tà inte­rio­re e l’espressione di sé. L’episodio di Cor­via­le è esem­pla­re.

1) Che un bam­bi­no abbia un moti­vo per pian­ge­re è una cosa che pre­oc­cu­pa e intri­sti­sce. Non dovreb­be suc­ce­de­re. Se poi è la mor­te di un caro a col­pir­ci, il peso del­la per­di­ta è di per sé enor­me, e spe­cie per un bam­bi­no l’elaborazione del lut­to sarà un per­cor­so dif­fi­ci­le e deli­ca­to. Ma se a que­sto una reli­gio­ne aggiun­ge l’idea di una eter­ni­tà di sof­fe­ren­za per pro­pria col­pa – l’inferno – la dif­fi­col­tà cre­sce in pro­gres­sio­ne geo­me­tri­ca: il mon­do inte­rio­re del cre­den­te, e dei bam­bi­ni fra essi, è inscrit­to e descrit­to da eter­ni­tà e giu­di­zio, e quan­to mag­gio­re la con­sa­pe­vo­lez­za tan­to mag­gio­re l’angoscia, la pau­ra, il sen­so del dove­re. Tal­ché si capi­sce il ter­ro­re che quel bam­bi­no por­ta­va con sé di fron­te all’incertezza sul desti­no del padre.

Io non sono che un bam­bi­no e que­ste cose non le so, ma so che esi­ste l’inferno per chi non cre­de e per chi è cat­ti­vo. Mio padre non cre­de­va! Mio padre era cat­ti­vo? Era mio padre, lo ama­vo e mi ama­va, ma ades­so è lon­ta­no da me, e for­se in un posto brut­tis­si­mo dove sof­fri­rà per sem­pre!

Ecco, que­sto deve aver pen­sa­to il bam­bi­no, e con lui milio­ni.
La veri­tà è che la reli­gio­ne con­so­la e ras­si­cu­ra da un peri­co­lo che essa stes­sa ha costi­tui­to.

2) Ma con­so­la? Cioè, può far­lo sem­pre e comun­que? Cer­ta­men­te no.
La con­so­la­zio­ne è secon­da­ria e in ordi­ne a una visio­ne del­la vita che va pri­ma accet­ta­ta. Dio padre buo­no, noi figli in pro­va. A lui la glo­ria, a noi il dove­re di glo­ri­fi­car­lo in paro­le e ope­re. Ciò costi­tui­sce il bene, su que­sto sare­mo giu­di­ca­ti e da lui even­tual­men­te pre­mia­ti. O puni­ti.
Allo­ra, la con­so­la­zio­ne può esi­ste­re dopo. Sol­tan­to se e in quan­to si è accet­ta­to di cre­de­re a que­sto e ci si ade­gua. Ma quan­to può esse­re dif­fi­ci­le! Non solo cre­de­re sen­za pro­ve e ade­guar­si sen­za giu­di­ca­re (il vole­re di Dio è sem­pre e comun­que il Bene), ma pro­prio capi­re, discer­ne­re, inter­pre­ta­re il suo vole­re e le sue inten­zio­ni su di noi. Per­ché que­sto padre buo­no non ci sta fisi­ca­men­te accan­to, ma va rin­cor­so; non si può incon­tra­re per un abbrac­cio, ma va imma­gi­na­to abbrac­ciar­ci; non offre di suo con­si­glio o chia­ri­men­to, ma accen­na e allu­de attra­ver­so segni che van­no innan­zi­tu­to rite­nu­ti tali, e poi inter­pre­ta­ti dal bas­so (per defi­ni­zio­ne) del­le nostre pos­si­bi­li­tà.

Che un dato avve­ni­men­to signi­fi­chi X e non Y o Z è total­men­te arbri­tra­rio, e resta tale anche quan­do ce ne fac­cia­mo cer­ti e vi inve­stia­mo tut­to.

3) Che signi­fi­ca dopo­tut­to ‘fare il bene agli altri’, o ‘ren­de­re glo­ria’? Que­sti con­cet­ti sono trop­po gene­ri­ci da soli. Il bene e la glo­ria van­no resi secon­do dei rife­ri­men­ti con­cre­ti, che ci dica­no cos’è il bene e cosa ser­ve fare, da cosa nasce la spe­ran­za, da cosa deri­va il pre­mio.
In aiu­to vie­ne la dot­tri­na.
Che non è mai suf­fi­cien­te da sola – all’atto pra­ti­co l’interpretazione è comun­que d’obbligo, tan­to che sugli stes­si temi i cre­den­ti di una mede­si­ma reli­gio­ne han­no capi­to e fan­no cose diver­se, rite­nen­do­si pari­men­ti ispi­ra­ti – ma defi­ni­sce alcu­ni ambi­ti con rego­le, dog­mi, riti e dove­ri spe­ci­fi­ci.
La stes­sa dot­tri­na tut­ta­via è, nel­la sua par­te socia­le, essa stes­sa rela­ti­va, fles­si­bi­le e adat­ta­bi­le, ben­ché rite­nu­ta eter­na e immu­ta­bi­le, spes­so non sen­za gran­di dibat­ti­ti, spac­ca­tu­re, con­tro­ver­sie, fra gen­te che ritie­ne di aver capi­to meglio lo stes­so dio.

E allo­ra, all’improvviso per un papa anche un ateo può tran­quil­la­men­te fini­re in para­di­so, per­ché era “bra­vo” e “ha fat­to bat­tez­za­re i figli”. Qua­li rea­zio­ni susci­te­rà que­sta idea ridut­ti­va e super­fi­cia­le del cat­to­li­ce­si­mo da par­te dei più con­ser­va­to­ri – cor­ret­ta­men­te irri­ta­ti da tali devia­zio­ni cui que­sto papa non è affat­to nuo­vo – lo vedre­mo. Sta di fat­to che la dot­tri­na è appun­to mal­lea­bi­le, e non c’è nien­te di male – dico, per­ché com­pren­do la neces­si­tà di evol­ver­si e non pre­su­mo asso­lu­ti – se ser­ve a meglio con­so­la­re, meglio a fare il bene di sé stes­si e degli altri.
Ma allo­ra andreb­be alle­gra­men­te ammes­so.

4)  Si lasci anda­re que­sta bal­za­na idea di idee asso­lu­te, di dog­mi, di veri­tà rive­la­te. Si lasci­no inol­tre cade­re – ma così, sere­na­men­te – le cose che meno ser­vo­no, i det­ta­mi supe­ra­ti, le rego­le con­tro ciò che dav­ve­ro è bene per le per­so­ne rispet­to a sé stes­se, e dun­que i rife­ri­men­ti ester­ni, come il siste­ma di giu­di­zio di un dio, l’obbedienza dovu­ta a un crea­to­re e la ver­go­gna davan­ti a un padre per aver­ne tra­di­to le aspet­ta­ti­ve, il mirag­gio di un para­di­so.

In altro con­si­ste il nostro bene, e per giu­di­ca­re non ser­ve che la par­te miglio­re di noi.

5) E tut­ta­via, non si fa. Anzi, più la dot­tri­na diven­ta pale­se­men­te ina­de­gua­ta, più il cre­do cede sot­to il peso del­la real­tà dei fat­ti, tan­to più ci si strin­ge attor­no alla fede e si tor­na a fan­ta­sti­ca­re, a fare cose inu­ti­li (quan­do non dan­no­se) per­ché comun­que ordi­na­te, e a con­so­lar­si, sì, con il rac­con­to miti­co di un futu­ro idil­lia­co, fra le brac­cia di un dio che ci ama per esse­re sta­ti bra­vi, buo­ni, ubbi­dien­ti, come lui coman­da.
Allo­ra ecco, caro, pic­co­lo, dispe­ra­to Ema­nue­le:

Solo Dio deci­de, e io dav­ve­ro ne so quan­to te, cioè nul­la, ma per con­so­lar­ti all’impronta pos­so sus­sur­rar­ti all’orecchio “Era bra­vo, Dio sareb­be capa­ce di abban­do­nar­lo?”. È in cie­lo, “stai sicu­ro”, mica in quel por­ca­io di dolo­re che è l’inferno cat­to­li­co, per il qua­le tu giu­sta­men­te pro­vi un’angoscia fot­tu­ta. Que­sta è “la rispo­sta”.

Fat­te­la anda­re bene, pic­co­lo, dispe­ra­to Ema­nue­le. “Par­la con tuo padre”, mor­to ma vivo, “pre­ga per lui”. Come se la pre­ghie­ra di fat­to ser­vis­se a qual­co­sa. Era “bra­vo”, qual­sia­si cosa signi­fi­chi, e tan­to basta.
“Dio ha ama­to tut­ti”, e quel­li che “pre­fe­ri­sco­no com­por­tar­si come figli del dia­vo­lo”, “dob­bia­mo pre­ga­re per­ché si con­ver­ta­no”, ecco sì, que­sto sì che ser­ve, che è uti­le, che coglie il pro­ble­ma, e lo risol­ve. Pre­ga­re per la con­ver­sio­ne, che quan­do si cre­de in dio si è 100% bra­vi di sicu­ro, come no, lo san­no tut­ti.

Pre­ga­re, cre­de­re, bat­tez­zar­si, quan­to essen­zia­li sono que­ste cose, rispet­to al male del mon­do!?

Zero?
E inve­ce, con­ti­nua Fran­ce­sco, se è vero com’è vero che col bat­te­si­mo “entra lo Spi­ri­to San­to”, “que­sto Spi­ri­to San­to ci dà più for­za per com­por­tar­ci come figli di Dio”, che è il bene, com’è evi­den­te dal nume­ro enor­me di cat­ti­vi bat­tez­za­ti. Nono­stan­te “ognu­no ha il pro­prio dolo­re” che dio non ci ha evi­ta­to, “pen­sia­mo ai pro­ble­mi e ai dolo­ri di Gesù, con i qua­li ha volu­to paga­re per tut­ti noi”, lui sì che ha sof­fer­to, lui sì.
E “fac­cia­mo anche del bene agli altri, con gio­ia”, però non quel­la che deri­va dall’aver fat­to la cosa giu­sta, di esse­re per­so­ne a posto, di aver rispo­sto a una spin­ta eti­ca tipi­ca­men­te uma­na (figu­ria­mo­ci, que­sto “lo ha semi­na­to Dio”, come dice la Gene­si, anzi no) ma quel­la “di esse­re cri­stia­ni”.

Ecco il pro­ble­ma, vi dico, “quan­do ci com­por­tia­mo male, quan­do fac­cia­mo un pec­ca­to, rat­tri­stia­mo lo Spi­ri­to San­to che è in noi”!

Mica no.
In fon­do basta poco, per esse­re bra­vi – cioè per far con­ten­to papà: “non rat­tri­sta­re lo Spi­ri­to San­to che è in te”. Altri­men­ti, guai.
Ma ve li sare­te cer­ca­ti, pic­co­li, dispe­ra­ti uma­ni.

La fede, così, per­pe­tua sé stes­sa, e, al suo peg­gio, diven­ta secon­da natu­ra. Pec­ca­to.