Stop al femminicidio. Sì, ma come?


Pubblicato in Ateismo e Umanesimo
24 novembre 2012 + edit 25 novembre 2012
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In un recen­te arti­co­lo sul Fat­to quo­ti­dia­no (No more fem­mi­ni­ci­dio: quan­do le paro­le con­ta­no, 25/10/12) Moni­ca Lan­fran­co da voce a una man­can­za ogget­ti­va del­la socie­tà di oggi, che è quel­la di sot­to­va­lu­ta­re il feno­me­no dell’omicidio di don­ne ad ope­ra di uomi­ni. Un pro­ble­ma fra i tan­ti? Cer­ta­men­te, ma fra i più infa­mi, e in cre­sci­ta.

Se si liqui­da la fac­cen­da con una alza­ta di spal­le, stor­cen­do il naso alla paro­la fem­mi­ni­ci­dio defi­nen­do­la la soli­ta mac­chi­na­zio­ne di quat­to fem­mi­ni­ste, si evi­ta di affron­ta­re il cuo­re del pro­ble­ma: non tut­ti gli uomi­ni sono assas­si­ni, ma alcu­ni uomi­ni ucci­do­no le don­ne che han­no ama­to, o con le qua­li sono in rela­zio­ne a vario tito­lo, per­ché esi­ste con­sen­so, in varie for­me, per giu­sti­fi­ca­re que­sta vio­len­za”.

Esi­ste ‘con­sen­so’? Pos­si­bi­le? Ecco­me. Ci sia­mo abi­tua­ti a con­si­de­ra­re  nor­ma­li cer­te for­me di abu­so di pote­re, di sopru­so diret­to sia esso fisi­co o psi­co­lo­gi­co. La mag­gio­ran­za anco­ra inor­ri­di­sce di fron­te a cer­te noti­zie di cro­na­ca riguar­dan­ti la vio­len­za sul­le don­ne (figlie, madri, mogli, com­pa­gne) ma non fa nul­la per inda­gar­ne le cau­se, per pre­ve­ni­re. E tol­le­ra idee e com­por­ta­men­ti abu­si­vi che sono la natu­ra­le pre­mes­sa all’atto omi­ci­da. Que­sti, non fan­no noti­zia.

Non si nasce fem­mi­ni­ci­da, ma lo si può diven­ta­re anche per­ché esi­ste una sot­to­va­lu­ta­zio­ne socia­le fre­quen­te dei pas­sag­gi che pre­ce­do­no l’approdo alla vio­len­za fina­le: si tol­le­ra­no for­me di ses­si­smo defi­ni­te ‘scher­zo’, si sim­pa­tiz­za con varie for­me di disprez­zo e di vol­ga­ri­tà con­tro le don­ne che costi­tui­sco­no il ter­re­no di col­tu­ra che è già sino­ni­mo di vio­len­za”.

E dun­que, occor­re sen­si­bi­liz­za­re al pro­ble­ma, e non aver pau­ra di usa­re le paro­le più chia­re e più giu­ste per descri­ver­lo, al fine di toglier­lo dall’ombra, com­pren­der­lo, por­vi fine.

Quan­to mai giu­sto, secon­do me. E allo­ra ecco nasce­re eccel­len­ti ini­zia­ti­ve qua­li No more, Fioc­co Bian­co, hap­pe­ning cit­ta­di­ni, in vista del 25 novem­bre, Gior­na­ta inter­na­zio­na­le per l’eliminazione del­la vio­len­za con­tro le don­ne. Bene. Abba­stan­za? No. E non solo per i soli­ti limi­ti di riso­nan­za (anco­ra rela­ti­va), risul­ta­ti (anco­ra len­ti) e pole­mi­che (c’è dav­ve­ro chi cre­de che sia solo un pro­ble­ma di don­ne, anzi di fem­mi­ni­ste), ma pro­prio per un difet­to intrin­se­co: fin­ché impo­ste­re­mo il nostro sde­gno e la nostra azio­ne – se ho capi­to bene – sul fat­to che la vio­len­za di gene­re non è poli­ti­cal­ly cor­rect, fin­ché ci pro­por­re­mo sol­tan­to di denun­ciar­la come rea­le e viva, di atti­va­re le Isti­tu­zio­ni, di sen­si­bi­liz­za­re al con­cet­to di pari­tà e non di pos­ses­so fra part­ners una socie­tà già mala­ta, sta­re­mo anco­ra agen­do sui sin­to­mi. Far­lo è senz’altro un gran­de meri­to, ma il pro­ble­ma è oltre. È pri­ma.

Se voglia­mo arri­va­re al cuo­re del pro­ble­ma, come la Lan­fran­co e tut­ti noi auspi­chia­mo, pre­sto o tar­di dovre­mo chie­der­ci: l’abuso sul­la don­na – come quel­lo sui bam­bi­ni – che ragio­ni ha? No, no, lo dico meglio: qua­li sono le cau­se remo­te all’origine di ciò che por­ta cer­te per­so­ne all’uso e all’abuso del più debo­le? L’episodio che fini­sce in cro­na­ca è l’atto fina­le, l’apice tra­gi­co di un tra­gi­co per­cor­so, ma voglia­mo limi­tar­ci a dire che la cau­sa si tro­va gene­ri­ca­men­te nel­la socie­tà moder­na, a dar­ne la respon­sa­bi­li­tà  alla cul­tu­ra, ai media, al siste­ma? O a dare per scon­ta­to che ‘cer­ti uomi­ni’ non sia­no come gli altri, che abbia­no una tara, un difet­to fisio­lo­gi­co, che sia­no i sog­get­ti di un rap­tus iso­la­to, che vada­no dun­que sola­men­te trat­te­nu­ti pri­ma e puni­ti dopo?

Det­to in altro modo, potrem­mo pre­ve­ni­re per­fi­no la segre­ta inten­zio­ne di vio­len­za, ancor­ché l’atto, piut­to­sto che aspet­ta­re che esplo­da e ten­ta­re di giu­di­car­la e curar­la?

In buo­na par­te sì, a mio avvi­so non c’è dub­bio: si trat­ta di pren­de­re coscien­za che i com­por­ta­men­ti di abu­so, di pos­ses­so, di coman­do, di intol­le­ran­za, di rigi­di­tà men­ta­le e ceci­tà emo­ti­va, di non rispet­to, di vit­ti­miz­za­zio­ne, di sfi­du­cia, volu­bi­li­tà e dipen­den­za, han­no la pro­pria radi­ce nell’educazione dell’infanzia, lad­do­ve un bam­bi­no e una bam­bi­na (loro anco­ra cer­ta­men­te indi­fe­si, fisi­ca­men­te ed emo­ti­va­men­te) cre­sciu­ti fra que­ste stes­se dina­mi­che - mischia­te senz’altro all’amore, per­ché così è qua­si sem­pre - si faran­no adul­ti a loro vol­ta incom­ple­ti, duri, dif­fi­ci­li e varia­men­te disfun­zio­na­li a livel­lo esi­sten­zia­le.

È – di fat­to – un per­cor­so, ma un per­cor­so di vita.

Il risul­ta­to non è sem­pre uno stu­pra­to­re o un omi­ci­da, cer­to, ma se non ci limi­tia­mo a guar­da­re i gra­di mas­si­mi che fan­no final­men­te noti­zia, pos­sia­mo coglie­re una tra­ma che ci coin­vol­ge tut­ti: chi ha impa­ra­to ad abu­sa­re sen­za rimor­so, chi ad accet­ta­re l’abuso sen­za rea­zio­ne, chi a chiu­der­si o a fug­gi­re dal­la real­tà, chi a cer­ca­re di sal­var­la, chi a viver­ci come nien­te fos­se, chi a subi­re tut­to que­sto per rifles­so. È que­sto il siste­ma che dob­bia­mo cam­bia­re: il siste­ma di edu­ca­re e rap­por­tar­ci ai nostri bam­bi­ni.
Non voglio dire che sia l’unica cau­sa, ma cer­ta­men­te è la più pro­fon­da e deter­mi­nan­te. E su que­sta pos­sia­mo lavo­ra­re da subi­to, inve­ce di mar­ca­re il pas­so scon­tran­do­ci con il muro del­la rimo­zio­ne e del­la man­can­za di empa­tia appre­sa, pren­den­do­se­la con ragio­ni indi­ret­te e suc­ces­si­ve a quel muro, quan­do non con fan­ta­sio­se ipo­te­si che in qual­che modo giu­sti­fi­ca­no lo sta­to dei fat­ti.

La veri­tà è che la socie­tà, la cul­tu­ra, i media, il ‘siste­ma’ – per­si­no il con­cet­to stes­so di esse­re uma­no – sono astra­zio­ni per par­la­re di per­so­ne. Per­so­ne che furo­no bam­bi­ni. Cre­sciu­ti come?