Il crocifisso spiegato a Salvini.
Laicità e valori civili prima di qualsiasi fede.

La Lega dal populismo facile propone che, con una legge dello Stato, si renda obbligatorio il crocifisso in ogni più remota stanza dello spazio pubblico. Lo fa perché loro sono cristiani, anzi cattolici. Lo fa per rafforzare un'identità, quella italiana, anzi leghista. Lo fa per segnalare questa identità agli immigrati, anzi a chiunque non sia cattolico. Sia chiaro, per legge, che non c'è trippa per gatti, qui o si è cattolici (e magari leghisti) o si abbozza.
Pubblicato in Ateismo e Umanesimo e Politica ed economia
26 luglio 2018 + edit 25 settembre 2018
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In for­ma bre­ve, spe­di­ta ai mag­gio­ri quo­ti­dia­ni il 27/07/18.

Per­ché è que­sto che con­ta: se si è cat­to­li­ci (e maga­ri leghi­sti) allo­ra si è evi­den­te­men­te bra­vis­si­me per­so­ne dal­la par­te giu­sta.

A nul­la, se non a sve­la­re un’ipocrisia con­sue­ta, vale la moti­va­zio­ne scrit­ta nel­la pro­po­sta di leg­ge, che ten­ta di pro­pi­na­re il con­fi­ne cat­to­li­co rap­pre­sen­ta­to dal cro­ci­fis­so come “ele­men­to essen­zia­le e costi­tu­ti­vo e per­ciò irri­nun­cia­bi­le del patri­mo­nio sto­ri­co e civico‐culturale dell’Italia, indi­pen­den­te­men­te da una spe­ci­fi­ca con­fes­sio­ne reli­gio­sa”. Come se que­sto bastas­se a giu­sti­fi­car­ne l’ostensione for­za­ta, e svuo­tan­do in real­tà quel sim­bo­lo dal suo intrin­se­co, pale­se, e gene­ra­to e vene­ra­to in quan­to tale, sen­so reli­gio­so.

Que­sto gio­ca­re con le paro­le, que­sto par­la­re con lin­gua dop­pia, è tipi­co di chi, sapen­do di non poter con­ta­re sul­la tra­spa­ren­za – e spes­so, di ave­re tor­to – affa­bu­la i con­tra­ri – con chi ci cre­de e apprez­za, non gli ser­ve – ten­tan­do di far­gli dige­ri­re l’altrimenti indi­ge­ri­bi­le con reto­ri­ca sofi­sti­ca. Ma sem­pre una sofi­sti­ca­zio­ne rima­ne.

Spie­go.
Sal­vi­ni, voi tut­ti: l’Italia è un Pae­se lai­co, ed è un Pae­se in cui a mol­ti non pia­ce esse­re pre­si per il naso.
L’Italia non è un Pae­se cat­to­li­co, né sol­tan­to cri­stia­no, il cri­stia­ne­si­mo ha una dot­tri­na in par­te discu­ti­bi­le, e non è comun­que la fede che deter­mi­na la bon­tà o la cor­ret­tez­za di una cosa, o di una per­so­na.
L’Italia è anche un Pae­se che tra­gi­ca­men­te man­ca di cul­tu­ra e civil­tà, e per crear­la e cre­scer­la non ser­ve appen­de­re al muro una par­te sola del pas­sa­to – obiet­ti­va­men­te poi non sem­pre posi­ti­va – ma cele­brar­ne il meglio ovun­que fos­se, e ripro­por­lo oggi, con l’umiltà e la fati­ca di un lavo­ro socia­le.
Ecco, scri­via­mo­ci que­sto sui muri.

Spie­go meglio.
L’Italia è un Pae­se lai­co, ovve­ro si fon­da su valo­ri uma­ni e non ‘divi­ni’.
Divi­ni tra vir­go­let­te, per­ché di fat­to cam­bia­no a secon­da di qua­le reli­gio­ne e qua­le sua deno­mi­na­zio­ne si trat­ti. Ed è per que­sto che lo Sta­to è lai­co, ed è per que­sto che si fon­da su valo­ri uma­ni e non ‘divi­ni’.
Postil­la: anche i valo­ri uma­ni, a dir­la tut­ta, sono diver­si. Per for­tu­na – anzi no, per matu­ri­tà e con­sa­pe­vo­lez­za – in Ita­lia sono sta­ti scel­ti quel­li del­la Costi­tu­zio­ne, in linea con quel­li del­la suc­ces­si­va Dichia­ra­zio­ne uni­ver­sa­le dei Dirit­ti uma­ni.
Quan­to alla loro appli­ca­zio­ne sin­ce­ra, abbia­mo anco­ra da lavo­ra­re. Ma la linea è quel­la: ugua­glian­za fra gli uomi­ni tut­ti sen­za distin­zio­ne di raz­ze (che infat­ti nell’uomo non esi­sto­no) e reli­gio­ni (tut­te pari di fron­te al Pae­se), pace, giu­sti­zia, e mas­si­ma liber­tà entro i limi­ti del­la reci­pro­ci­tà.

La fon­te di que­sti prin­cì­pi, di que­sti dirit­ti e dove­ri scel­ti dav­ve­ro per tut­ti, è l’uomo, ovve­ro ciò che – in modo con­ti­nua­men­te veri­fi­ca­bi­le – fun­zio­na per il suo benes­se­re e la sua rea­liz­za­zio­ne. Diver­so sareb­be fis­sar­ne di inve­ri­fi­ca­bi­li per volon­tà e sod­di­sfa­zio­ne ulti­ma di chi uma­no non è, e del­le uma­ne fazio­ni che, cre­den­do­ci, se ne fan­no por­ta­vo­ce. È già abba­stan­za dif­fi­ci­le, figu­ria­mo­ci.

Lo Sta­to lai­co non ha fede.
Può aver­la il sin­go­lo cre­den­te elet­to al par­la­men­to, ed essa può ispi­ra­re e gui­da­re la sua linea poli­ti­ca, ma lo Sta­to come orga­no legi­fe­ran­te, in rap­pre­sen­tan­za e a favo­re del­la socie­tà nel suo com­ples­so, non può far­si cari­co di una sola reli­gio­ne, né deli­be­ra­re in nome di una di esse, del suo cre­do par­ti­co­la­re, del­la sua fede par­ti­co­la­re. Non impor­ta quan­to essa si riten­ga impor­tan­te, finan­che neces­sa­ria in via di prin­ci­pio, né quan­to dav­ve­ro sia sta­ta uti­le o meno nel­la sto­ria, né quan­to anco­ra uti­li o dove­ro­se sosten­ga esse­re cer­te sue cer­tez­ze. Non è que­sto il pun­to. Una leg­ge non si fa in base al valo­re che si pen­sa di ave­re, ma a quel­lo del­le con­se­guen­ze che si otter­ran­no. E que­sto non si valu­ta a prio­ri ma a poste­rio­ri, non per l’aderenza a dei prin­cì­pi in sé stes­sa per­ché que­sti non sono vali­di in sé stes­si.

Di più: lo Sta­to lai­co non ha fede per­ché per fede si può cre­de­re vero e giu­sto qual­sia­si cosa. Il fat­to che la tota­le, sicu­ra, e per­ciò indi­scu­ti­bi­le auto­ri­tà ven­ga da un dio – non impor­ta qua­le, e a pre­scin­de­re da cosa, secon­do gli uni o gli altri, defi­ni­sca e coman­di – è anch’essa un’affermazione di fede.
Que­sto tipo di affer­ma­zio­ni, si può dire di pre­con­cet­ti, non si appli­ca sol­tan­to alla reli­gio­ne, ma pure alla poli­ti­ca, all’ideologia poli­ti­ca – ad esem­pio con le sue pre­sun­zio­ni sul­la raz­za, sul san­gue, sul gene­re ses­sua­le, sul­la sto­ria e la tra­di­zio­ne – che è una fede anch’essa pari a quel­la reli­gio­sa.
Peg­gio, quan­do sono lega­te.
Peg­gio anco­ra, quan­do si fa sfog­gio dell’una per con­se­gui­re l’altra.

Lo Sta­to lai­co non ha fede per­ché deve pen­sa­re al bene di tut­ti, e que­sto solo è il bene: se fos­se il bene di una par­te, l’altra sof­fri­reb­be. Se fos­se il bene secon­do una par­te, l’altra direb­be che tut­ta­via non è il suo. Se poi que­sto bene fos­se soste­nu­to con inve­ri­fi­ca­bi­li riman­di alla pro­pria idea di tra­scen­den­te, o tesi sull’immanente da tem­po sma­sche­ra­te come fal­se, l’altra fareb­be pre­sto a rifiu­tar­lo. E se inve­ce fos­se impo­sto, pre­sto o tar­di si ribel­le­reb­be. Ciò che è giu­sto, in fon­do, non è giu­sto per tut­ti? E ciò che è vero, neces­si­ta di fede?
Ma la fede è di alcu­ni, e per fede si può cre­de­re vero e giu­sto qual­sia­si cosa. Cosa c’è dun­que di più rela­ti­vi­sta? Di meno asso­lu­to e uni­ver­sa­le? Di più vuo­to di sen­so? Di più inve­ri­fi­ca­to e lon­ta­no dal­le neces­si­tà e dai desi­de­ri dell’uomo, qua­li che real­men­te sia­no, se non di una par­te sol­tan­to di essi? Per qua­le ragio­ne, dun­que, tra­mu­tar­ne i pen­sie­ri in leg­ge?

Lo Sta­to lai­co non ha fede. I suoi prin­cì­pi li deri­va altro­ve.
Non doven­do sot­to­sta­re e rego­lar­si in fun­zio­ne d’altro che i cit­ta­di­ni che rap­pre­sen­ta, è ad essi che guar­da quan­do deve inter­ve­ni­re, con le sue leg­gi, nel­la loro vita.
Lo fa – que­sto anco­ra in teo­ria – pren­den­do atto di alcu­ne neces­si­tà pri­ma­rie dell’essere uma­no, e garan­ten­do la loro sod­di­sfa­zio­ne in egual misu­ra ad ognu­no, in for­ma di dirit­ti fon­da­men­ta­li, da cui poi la leg­ge.
È un duro lavo­ro. In ciò stes­so infat­ti è inclu­sa sia l’idea dei dove­ri cor­ri­spon­den­ti che quel­la di una sele­zio­ne dei valo­ri di rife­ri­men­to, ovve­ro di una limi­ta­zio­ne del­la liber­tà, e se voglia­mo del benes­se­re. Una sele­zio­ne arbi­tra­ria, e lega­ta ai tem­pi, che è tut­ta­via pre­ci­sa, pen­sa­ta, non super­flua e ugua­le per tut­ti, infi­ne orien­ta­ta alla mas­si­ma liber­tà pos­si­bi­le, e al mas­si­mo benes­se­re pos­si­bi­le, in con­di­zio­ni di con­vi­ven­za fra pari. Nes­sun cro­ci­fis­so può rap­pre­sen­ta­re, né sosti­tui­re, que­sta scel­ta e que­sta impo­sta­zio­ne. Né inve­ro van­ta­re di aver­la sem­pre segui­ta e sod­di­sfat­ta.
Che stia su pub­bli­ci muri dun­que è quan­to­me­no ina­de­gua­to.

La stes­sa idea di lai­ci­tà trae da que­sta impo­sta­zio­ne la sua ragio­ne d’essere. Opzio­ne miglio­re fra teo­cra­zia e dit­ta­tu­ra, è ter­re­no fer­ti­le per l’espressione di sé in ogni dire­zio­ne e secon­do le più dispa­ra­te nor­ma­li­tà, stan­te il rispet­to reci­pro­co. Rispet­to – che non vuol dire apprez­za­men­to o gra­di­men­to per sé, ma accet­ta­zio­ne dell’altrui liber­tà d’essere – reci­pro­co – cioè non infi­ni­to.
Che poi un dio, una reli­gio­ne, o un par­ti­to, veda­no in cer­te idee o com­por­ta­men­ti qual­co­sa di non nor­ma­le, non natu­ra­le, non sen­sa­to o salu­ta­re, è per così dire un pro­ble­ma loro. Pri­ma di far­ne una leg­ge, pri­ma di impor­ne il divie­to e l’obbligo d’altro, e pri­ma di defi­ni­re per tut­ti cosa è giu­sto, buo­no e vero, o asso­lu­to e uni­ver­sa­le, prov­ve­da­no a dimo­stra­re che lo sia.

Intan­to, lo Sta­to lai­co pro­ce­de per la sua stra­da. Evi­tan­do – con fati­ca già suf­fi­cien­te e sen­za impor­si oltre – divie­ti ed obbli­ghi fazio­si e pri­vi di soste­gno, e ispi­ran­do­si a valo­ri comu­ni che nul­la han­no a che fare con gli dèi o i loro sim­bo­li, e tut­to con la natu­ra dell’uomo e del­la socie­tà, in deli­ca­to equi­li­brio fra rea­liz­za­zio­ne di sé, cer­ta­men­te dove­ro­sa, e neces­si­tà di con­vi­ven­za, tut­ta­via ine­lu­di­bi­le.

Lo Sta­to lai­co non ha fede, e si tie­ne distan­te dal­le sue cer­tez­ze faci­li e abbon­dan­ti. Ma non è che non abbia dei valo­ri suoi. Li ha e li agi­sce in silen­zio.
For­se trop­po.
Il ter­re­no fer­ti­le del­la lai­ci­tà va nutri­to, e non con l’esposizione di sim­bo­li costrui­ti d’altro signi­fi­ca­to senz’ombra di dub­bio, ma ricor­dan­do che ciò in cui cre­dia­mo – che voglia­mo resti, e abbon­di – è liber­tà, pace e ugua­glian­za, giu­sti­zia, veri­tà e oppor­tu­ni­tà. Que­sto, su tut­to e pri­ma di tut­to, è il vero patri­mo­nio civico‐culturale dell’Italia di oggi, indi­pen­den­te­men­te da una spe­ci­fi­ca con­fes­sio­ne reli­gio­sa.

La fede, qual che sia? Se si ade­gua, si acco­di e sia la ben­ve­nu­ta. Ma non pro­vi a mar­ca­re il ter­ri­to­rio.

***

Caro Diret­to­re,
La Lega pro­po­ne che, con una leg­ge del­lo Sta­to, si ren­da obbli­ga­to­rio il cro­ci­fis­so in ogni più remo­ta stan­za del­lo spa­zio pub­bli­co.
Una pro­vo­ca­zio­ne fra le altre? È pos­si­bi­le. Ma vie­ne da un par­ti­to di gover­no, e l’idea ha un segui­to che va mol­to oltre i suoi iscrit­ti, basti leg­ge­re le rea­zio­ni sui social media. Se dun­que è pro­ba­bi­le che non vedrà la luce, il pro­get­to rive­la un sen­ti­re distor­to e rischio­so sul­la lai­ci­tà e sui valo­ri, sui “prin­cì­pi su cui si fon­da la nostra socie­tà”.
L’Italia non può più dir­si un Pae­se cat­to­li­co, ex lege e per i nume­ri. Di più, l’Italia è un Pae­se lai­co.
Lai­co vuol dire che, nel man­te­ne­re equi­di­stan­za da reli­gio­ni e ideo­lo­gie, lo Sta­to, in rap­pre­sen­tan­za e a favo­re del­la socie­tà nel suo com­ples­so, pren­de le sue deci­sio­ni in base a prin­cì­pi che pre­scin­do­no dal­la fede. Non è la fede, qua­lun­que sia e qual­sia­si cosa chie­da, a orien­tar­ne le scel­te, ma valo­ri radi­ca­ti nell’uomo e vali­di tra­sver­sal­men­te. Una sele­zio­ne arbi­tra­ria, e lega­ta ai tem­pi, che è tut­ta­via pre­ci­sa, pen­sa­ta, non super­flua e ugua­le per tut­ti, misu­ra­ta su con­se­guen­ze osser­va­bi­li, infi­ne orien­ta­ta alla mas­si­ma liber­tà pos­si­bi­le, e al mas­si­mo benes­se­re pos­si­bi­le, in con­di­zio­ni di con­vi­ven­za fra pari.
La stes­sa idea di lai­ci­tà trae da que­sta impo­sta­zio­ne la sua ragio­ne d’essere, diven­tan­do ter­re­no fer­ti­le per l’espressione di sé in ogni dire­zio­ne e secon­do le più dispa­ra­te nor­ma­li­tà.
Se dun­que è vero, sì, che l’Italia di oggi tra­gi­ca­men­te man­ca di cul­tu­ra e civil­tà, per crear­la e cre­scer­la non ser­ve appen­de­re al muro un cro­ci­fis­so – den­so d’altri signi­fi­ca­ti e solo una par­te del pas­sa­to, obiet­ti­va­men­te non sem­pre posi­ti­va – ma cele­brar­ne i valo­ri in cui cre­dia­mo – che voglia­mo resti­no, e abbon­di­no: liber­tà, pace e ugua­glian­za, giu­sti­zia, veri­tà e oppor­tu­ni­tà. Que­sto, su tut­to e pri­ma di tut­to, è il vero patri­mo­nio civico‐culturale dell’Italia di oggi, “indi­pen­den­te­men­te da una spe­ci­fi­ca con­fes­sio­ne reli­gio­sa”.
È d’accordo?